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Dicembre/2010 - Interviste
Regioni "calde"
La camorra: un insieme di clan che si compone e scompone
di a cura di Barbara Notaro Dietrich

Il segretario regionale Silp, Antonio Lippiello
racconta come la criminalità si sia evoluta negli
anni. E come oggi non cerchi più connivenze
con la politica ma la scavalchi: lo spessore
delinquenziale dei clan si è affinato e il livello
di “intelligence” è cresciuto enormemente


Antonio Lippiello, segretario regionale Silp-Cgil della Campania, è nato a Baiano, provincia di Avellino, ha 58 anni ed è in Polizia da 36 anni.

Come è organizzata in questo momento la camorra in Campania e non solo?
Va in primo luogo detto, anche se è storia già nota, che la camorra, come organizzazione unitaria, non esiste e, a parte i due unici tentativi operati anni or sono da Cutolo e da Alfieri, non è mai esistita, per diverse ragioni tra cui quella di carattere sociale secondo la quale i gruppi camorristici sono contrari a qualsiasi tipo di organizzazione centralizzata.
Da questa premessa si evince che oggi, come anche 30 e 60 anni fa, l’organizzazione camorristica è rimasta invariata: un insieme di clan che si compongono e si scompongono con grande facilità ed in cui prevale la mobilità e la flessibilità.
I clan nascono per promozione di gruppi criminali minori dediti al contrabbando di tabacco, al traffico di stupefacenti e alla estorsione, oppure per scissione di bande organizzate. Se un capo è in momentanea difficoltà, ad esempio perché arrestato, è facile che il suo vice cerchi di costituire un gruppo autonomo che diventa concorrente dell’organizzazione originaria negli stessi affari e sullo stesso terreno. Nella realtà, ogni gruppo criminale si muove con assoluta autonomia sul proprio territorio; nessun gruppo interferisce con le attività degli altri gruppi, ogni interferenza dà luogo a conflitti sanguinosi. I proventi delle attività criminali servono innanzitutto a sostenere ed allargare un mercato criminale gestito, sul territorio di riferimento, in modo monopolistico.
Attualmente, secondo recenti dati forniti da Eurispes, opererebbero in Campania, complessivamente, oltre 6.700 affiliati per non parlare dei simpatizzanti, dei componenti dei nuclei familiari, degli amici e dei collusi a vario titolo, per cui arriviamo a cifre verso le ventimila persone.
Tuttavia, questa organizzazione di tipo pulviscolare, cui appartengono un gran numero di famiglie (oltre 200 solo tra Napoli e provincia) svolge molteplici attività delinquenziali nei settori più disparati e tutte enormemente lucrose.
I dati in possesso delle Forze dell’ordine e della magistratura parlano di cifre enormi, profitti illegali proventi dal traffico di droga, da crimini legati all'imprenditoria (appalti truccati, riciclaggio del denaro sporco, ecc.), dalla prostituzione, dal traffico di armi (il primato in questo campo va alla camorra), dall'estorsione e dall'usura, per un giro di affari complessivo di circa 12 miliardi e mezzo di euro.
Solo per fare un esempio, il mercato del commercio di prodotti "pezzottati", le famose "griffe", in special modo nei settori dell'abbigliamento e della pelletteria, ha dimensioni stratosferiche e lega le organizzazioni criminali napoletane alle emergenti economie asiatiche (il Porto di Napoli è uno dei più grandi d’Europa per traffico commerciale con movimenti di migliaia di containers): le dimensioni di questo traffico ed i relativi proventi sono enormi e si estendono a tutta l'Europa, con contatti commerciali che vanno dai Paesi anglosassoni alle regioni dell'est europeo, dalla Slovenia alla Russia, fino ad allargarsi anche al Canada e all'Australia.
A questo elenco va aggiunto, già da molti anni, lo smaltimento illegale dei rifiuti, sia industriali che urbani, attività estremamente lucrosa che secondo un diffuso parere sta conducendo verso il progressivo degrado ambientale vaste zone di campagna nelle province di Napoli e Caserta, in primo luogo.
Si può citare, a titolo di esempio, la zona fra i Comuni di Acerra, Marigliano e Nola, una volta rinomata in tutta la penisola come fra le più verdi e fertili, oggi è da taluni indicata con il termine di "triangolo della morte".
Non bisogna nascondersi che una delle ragioni per cui il problema dello smaltimento dei rifiuti a Napoli sembra non avere una via di uscita è proprio legata agli enormi interessi che le organizzazioni criminali (e gli esponenti politici che a loro fanno riferimento) hanno in questo settore, con il controllo a vario titolo delle discariche e delle attività di rimozione che genera profitti giganteschi.

Quale è la situazione del territorio che immagino diversa da provincia a provincia?
Le differenze sulla presenza e sulla incidenza dei clan camorristici tra le diverse province della Campania si possono evincere dai dati relativi alle attività criminose in mano alla camorra, ma anche dal numero dei conflitti a fuoco, dalle denunce per estorsione, dal numero dei morti per droga, dal valore dei beni sequestrati alle famiglie.
La diversità tra le zone è data da una equazione: se è vero che in Campania una porzione della ricchezza prodotta in una determinata zona appartiene alla criminalità organizzata, allora più ricca e produttiva è quella zona, maggiore è la presenza criminale.
Napoli, Caserta, Salerno, Avellino e Benevento sono, in ordine decrescente, le province colpite dalla piaga della camorra con le prime due che si distinguono per entità degli affari, per capacità di infiltrazione nelle Istituzioni, per efferatezza delle azioni criminose.
Ma la camorra, come la mafia, le ’ndrine, la malavita pugliese, è come una piovra che allunga piano piano i propri tentacoli.
Appena una ventina di anni or sono, ad esempio, esistevano vaste zone dell’avellinese e del beneventano sane ed incontaminate: oggi, dapprima con la speculazione edilizia (gestita dai clan) che dai grandi centri si è spostata nelle periferie, poi con l’impianto di vere e proprie attività commerciali nelle zone agricole, realizzate con denaro sporco, si può dire che non esiste alcun posto in Campania completamente immune dal pericolo di ritrovarsi faccia a faccia con la camorra.

Come vive la popolazione locale il rapporto con le Forze dell’ordine in generale?
Sul rapporto tra popolazione e Forze dell’ordine a Napoli e provincia è stato già detto molto. Quello che si riscontra, nel napoletano, come in Campania, oggi come ieri e l’altro ieri, è la presenza di gruppi criminali caratterizzati da una forte organizzazione gerarchica interna, e da un marcato legame con il proprio quartiere.
Si tratta di gruppi vincolati da legami familiari allargati tra i membri, e con un preciso e delimitato riferimento territoriale, con precisi sistemi di azione, comuni anche agli altri gruppi criminali operanti sul territorio napoletano, casertano, salernitano –che pure presentano specifiche particolarità, per così dire, territoriali.
In altre parole, l'attività criminale serve per far "campare" non solo gli "addetti ai lavori" ma anche le loro famiglie, intese nel senso più allargato del termine (la famiglia allargata è un fenomeno tipico del napoletano, soprattutto a livello di popolazione marginale).
Anche in questo senso si spiegano i sempre più frequenti assalti alle Forze dell'ordine nel momento in cui intervengono per arrestare gli autori di un reato.
Si parla di “cultura camorristica” quando i tutori dell’ordine, rappresentanti dello Stato e, in definitiva, di tutta la collettività, vengono invece visti come nemici, esponenti di un potere che è da combattere e difensori di una legge che non viene riconosciuta, perché l’unica legge che si riconosce è quella del più forte, del boss del quartiere e della sua famiglia.
Per l'organizzazione criminale, per tutti gli affiliati e per “l’indotto” sociale che a diverso titolo fruisce della protezione del clan, non si tratta solo di rendere disponibile il denaro per mangiare, pagare le bollette, vestirsi, anche inseguendo le mode, comprarsi la macchina e il motorino, andare in pizzeria, al ristorante, in vacanza durante l'estate, ma anche di poter avviare una piccola attività produttiva, come un negozio di frutta e verdura, un bar, una pizzetteria, sufficiente a dare qualche sicurezza economica in caso di necessità, come l'arresto e la detenzione, o, addirittura, la morte del capo famiglia; oltre ad offrire delle opportunità di inserimento "legale", o almeno "borderline", a qualcuno dei figli o delle figlie.
Per gli abitanti dei quartieri, a loro volta, accettare le regole imposte dalla camorra significa vivere tranquilli, stare lontani dalle grane, essere protetti, per cui se è lecito evadere le tasse, appare inconcepibile e pericoloso rifiutarsi di pagare il pizzo e chi lo fa nella migliore ipotesi è considerato un eroe mentre nella mentalità mafiosa un eversivo da piegare o da eliminare.
Purtroppo contro questa sotto-cultura è arduo lottare con le sole armi spuntate del diritto penale e dell’attività di contrasto dei reati che pure tanti poliziotti onesti perseguono giorno per giorno correndo rischi personali gravissimi.
Ci sarebbe bisogno di ben altro, di un lungo lavoro di carattere socio-educativo teso ad infondere nella gente la fiducia nello Stato e la cultura della legalità.
Ma per fare ciò serve una economia pulita, posti di lavoro, scuole ed ospedali che funzionano, una buona edilizia civile (altro che le “vele” di Secondigliano, i vicoli della Sanità o i quartieri ghetto dell’hinterland napoletano): in definitiva, serve una politica seria.
E questo appare il tasto più dolente: non dobbiamo nasconderci che esiste un “caso Napoli” o se vogliamo un “caso Campania” dove opera una classe politica che non si contraddistingue per l’impegno sociale ed istituzionale ma per il numero e l’entità dei capi di imputazione ed i processi a carico.
In pratica si realizza una saldatura tra ceto politico e amministrativo locale e imprenditoria criminale che produce distorsioni profonde a tutti i livelli, dall’amministrazione del territorio allo sviluppo e all’occupazione, e che un ceto politico e amministrativo affaristico, clientelare, e - esso stesso - malavitoso, come dimostrano le relazioni che accompagnano lo scioglimento di Comuni per condizionamenti e infiltrazioni da parte della criminalità organizzata.
Addirittura sembra di assistere, negli ultimissimi tempi ad un fenomeno mai visto prima d’ora: mentre in passato si registrava solo connivenza tra criminalità e politica, due ambiti che comunque restavano distinti, oggi la criminalità non cerca più intermediari, scavalca i politici e diventa essa stessa politica, con propri affiliati che si candidano e vengono eletti nelle cariche più alte delle Istituzioni pubbliche, non più solo a livello locale ma nazionale.
Fin quando perdurerà tale stato di cose, fin quando i movimenti, le associazioni ed i partiti politici non avranno uno scatto di orgoglio e si libereranno delle sacche di disonestà e di collusione mafiosa, il lavoro delle Forze dell’ordine sembrerà quello di Don Chisciotte contro i mulini a vento.

Quali sono i mezzi a vostra disposizioni e quali invece non avete?
Oggi la camorra è attiva su scala mondiale, ha circa 6.000 affiliati, i suoi utili sono calcolati in 12/13 miliardi di euro, pare che in un quindicennio il suo fatturato si sarebbe quintuplicato.
Manovra le tecnologie più avanzate, sa sfruttare al meglio le garanzie di impunità di mercati sempre meno controllati, è parte integrante della finanza globale. Chi la pensa come il frutto del sottosviluppo, prende un abbaglio.
La camorra è costituita non solo da killer, soggetti violenti, spacciatori di dosi, persone ignoranti. Negli anni lo spessore delinquenziale dei clan si è molto affinato ed il loro livello di “intelligence” è cresciuto enormemente.
Vi fanno parte professionisti, commercialisti, soggetti che gestiscono attività di import ed export, tenendo contatti con la Colombia, i Paesi dell’est, l’Oriente, che agiscono in borsa, movimentano capitali per l’Italia ed all’estero, effettuano viaggi “commerciali” ed aprono “filiali” nel nord Italia, in Germania, in Spagna, si muovono a loro agio nei mercati finanziari ed hanno il controllo di grosse attività, non solo delinquenziali come il racket, la droga, la prostituzione, ma anche attività lecite, dall’edilizia alle slot machine, dall’abbigliamento alla grande distribuzione, con imprese create ripulendo il danaro sporco, capaci a loro volta di creare altro danaro.
Contro questo fenomeno non si può sperare di avere successo con le Forze dell’ordine da anni sotto organico, con una età media dei poliziotti che diventa sempre più alta perché si fanno pochi concorsi, con gli straordinari pagati in ritardo, un contratto di lavoro scaduto ed il governo che in Finanziaria non stanzia i fondi necessari al suo rinnovo, con le caserme che cadono a pezzi e gli uffici privi di riscaldamento, con i computer che non funzionano e con una classe dirigente spesso non all’altezza, preoccupata solo della propria carriera.
L’immagine che emerge da questo quadro non è quello di una Polizia moderna ed efficiente.
Gli arresti eccellenti che pure ciò malgrado vengono effettuati sono il frutto della passione per il proprio lavoro e dell’impegno testardo e coraggioso che tanti colleghi profondono giorno dopo giorno, ma rappresentano successi episodici che non hanno alle spalle una organizzazione efficiente, una Amministrazione pronta a rispondere alle esigenze di chi rischia la propria vita per mantenere la pace sociale ed evitare che la situazione già grave degeneri ulteriormente.

Le sembra che la sottrazione dei beni e capitali criminali sia redistribuita oppure no?
Per quanto concerne la materia della sottrazione alle organizzazioni criminali dei beni e dei valori illegalmente guadagnati e la loro assegnazione ad Enti pubblici o ad associazioni private per un più degno e meritevole utilizzo, va anzitutto detto che anche in questo ambito, la nostra legislazione si contraddistingue tutt’altro che per efficacia, concretezza e speditezza.
Numerose sono le norme intervenute negli anni a gestire le complesse procedure che partendo dal sequestro attraversano tutta la fase processuale e si concludono, dopo la confisca, con l’attribuzione dei beni (soprattutto immobili) ai destinatari.
Basti citare oltre ai numerosi articoli del Codice penale e di procedura penale, la legge 31 maggio 1965, n. 575, la famosa legge “Rognoni – La Torre” del 1982, successivamente integrata con la legge 109 del 7 marzo 1996, il decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1992, n. 356, la legge 23 agosto 1988, n. 400, la legge 94/2009 che attribuisce alle Prefetture compiti di destinazione finale dei beni e, da ultimo, il decreto-legge 4 febbraio 2010, n. 4 che ha istituito l'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, un altro organo (finanziato con danaro pubblico) le cui attribuzioni si vanno ad aggiungere a quelle delle Procure, dei Tribunali, dei Prefetti e dei vari Ministeri competenti (Economia, Giustizia, Interno, ecc.).
Si tratta di una autentica giungla normativa, un groviglio di leggi che si caratterizzano per cavillosità, sovrapposizione di ruoli, incertezza nelle competenze, moltiplicazione di organi e di uffici preposti ad intervenire nei procedimenti al punto che vien da pensare che dietro il tanto sbandierato garantismo (pilastro dello stato di diritto) vi sia spesso la volontà politica di rendere complicata e a volte inattuabile l’attività di confisca, proprio per rendere un favore ai clan.
Tuttavia, anche grazie ai sistemi informatici che hanno enormemente velocizzato le procedure ed eliminato in parte il supporto cartaceo e grazie ad alcune intese intercorse tra il Commissario straordinario del governo per la gestione e la destinazione dei beni confiscati ad organizzazioni criminali e la Corte di Cassazione, nel decorso anno 2009 si sono drasticamente ridotti i tempi di avvio del procedimento amministrativo di destinazione dei beni, fino a quel momento gravati da inefficienze burocratiche che ne ritardavano l’inizio di anni.
Si è infatti passati da picchi di 4 anni per la comunicazione di una confisca definitiva dall’Autorità giudiziaria a quella amministrativa, agli attuali 30 giorni. Grazie alle richiamate intese oggi l’Ufficio del Commissario ha il quadro completo di tutte le confische definitive che quasi in tempo reale vengono diramate alle Amministrazioni competenti. Nel contesto descritto, anche in Campania si registrano buoni risultati in tal senso. Al 31 dicembre 2009, infatti, i beni immobili confiscati e dati ai Comuni, tra assegnazioni non definitive e consegne definitive, sono stati in totale 1.348, divisi per province come di seguito:
Provincia di Napoli – 746 unità immobiliari;
Provincia di Caserta – 406;
Provincia di Salerno – 174;
Provincia di Avellino – 12;
Provincia di Benevento – 10.
Numerose sono anche le aziende, costituite con capitali illegali, sottratte alla criminalità organizzata, tra cui 7 nella provincia di Avellino, 5 in quella di Benevento, 45 nel salernitano, 53 nel casertano e ben 121 nella sola provincia di Napoli per un totale di 231 attività produttive (dati sempre riferiti al 31 dicembre 2009).
Per talune di tali aziende il lavoro è stato particolarmente difficoltoso poiché si è dovuto provvedere, oltre che al disbrigo dei procedimenti amministrativi, anche alla “liberazione” di fatto degli stessi immobili (capannoni, cave, strutture industriali, alberghi, pensioni, impianti sportivi) illegalmente occupati anche dopo la confisca e spesso dagli stessi affiliati ai clan.
Si tratta di un lavoro lungo e macchinoso, irto di difficoltà (spesso si fatica a trovare organizzazioni o soggetti disponibili ad usufruire in modo pulito di tali strutture, per il timore di ritorsioni) ma che sembra nell’ultimo periodo essersi avviato su di un cammino virtuoso, se è vero che nella prima metà del 2010 i soli Tribunali del distretto di Napoli (Napoli, S. Maria Capua Vetere e Torre Annunziata) hanno emanato ben 350 provvedimenti di confisca divenuti definitivi.
Da segnalare inoltre la carenza di risorse finanziarie da destinare alla ristrutturazione e alla riconversione dei beni (normalmente vandalizzati prima del rilascio), che è un’altra delle cause di non utilizzo dei beni stessi.
In Campania, nel 2009 in attuazione del Protocollo Don Peppe Diana, sottoscritto dal Commissario straordinario del governo con il Ministro dell’Interno e con il Presidente della Regione si è dato corso alla definizione di una serie di progetti che potranno attingere alle (limitate) risorse della specifica legge regionale 23/03, ai fondi del P.O. nazionale Sicurezza ed eventualmente anche ai fondi Fas che la Regione Campania ha previsto, circa 25 milioni di euro, sul proprio Programma Attuativo Regionale ancora all’attenzione del Cipe per la delibera di presa d’atto della positiva conclusione dell’istruttoria tecnica.
Molti, tra i beni immobili confiscati, vengono assegnati alle Forze dell’ordine e ciò, oltre ad avere un valore simbolico, serve a sopperire alle croniche lacune strutturali in cui versano tali Istituzioni, aggravate dai continui tagli operati dalla finanza pubblica.
A livello nazionale la Campania si pone al terzo posto in questa speciale classifica, con 68 stabili consegnati a Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia di Stato e Vigili del Fuoco, a fronte delle 183 unità immobiliari destinate alle Forze dell’ordine in Sicilia ed alle 112 analogamente assegnate il Lombardia.
Va comunque osservato che questi numeri, con riguardo alla nostra regione, sono ben poca cosa rispetto alle dimensioni economiche del fenomeno camorristico; tuttavia essi rappresentano un inizio, una base di partenza ed una incoraggiante testimonianza che vi sono settori della società e dello Stato che si battono per “ripulire” le nostre città da questo cancro che da troppi decenni avvelena questo martoriato territorio.

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