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Dicembre/2010 - Interviste
Regioni "calde"
Mafia, meno sangue più colletti bianchi
di a cura di Barbara Notaro Dietrich

Il segretario regionale Silp Matteo Spatola
traccia un quadro degli attuali interessi criminali:
dalla sanità, all’edilizia, dalle grandi opere
pubbliche ai rifiuti. E a fronte di una classe politica
incapace di programmare, arriva anche la scure
dei tagli di bilancio


Matteo Spatola, segretario regionale Silp-Cgil della Sicilia, ha 47 anni. E’ nato a Palermo e da circa vent’anni lavora nella Polizia di Stato.

Qual è attualmente il livello di sicurezza a Palermo?
Bisogna distinguere: accettabile durante il giorno, ma direi insufficiente nelle ore notturne. A causa di un accordo fatto dal precedente questore, si è infatti deciso di diminuire il numero delle volanti impegnate nel turno notturno, quello che va da mezzanotte alle sette del mattino. Una diminuzione avvenuta gradualmente, prima togliendo completamente tutte e otto le volanti dei commissariati in servizio, poi decidendo si ripristinarne 4 per i commissariati cosidetti direttivi. Infine, e la novità è recente, si è proposto di toglierne di nuovo due. Il risultato finale è che in una città come Palermo, con le specificità che tutti conosciamo, durante la notte sono impiegate soltanto le volanti dell’Ufficio prevenzione generale e non quelle di zona. Quindi in un momento in cui è forte la recrudescenza del fenomeno estorsivo, si sceglie di non assicurare adeguatamente la vigilanza notturna.

Secondo lei perché questa decisione?
In un’ottica di razionalizzazione della spesa, che però io chiamerei di tagli effettuati dal governo insieme alla mancanza di investimenti, si è costretti a garantire minor sicurezza. Non si tratta di un particolare secondario: sono le volanti di zona quelle che conoscono maggiormente il territorio, i pregiudicati che vi risiedono, le strade e la loro presenza rappresenta più sicurezza e garanzie anche per i cittadini.

In questo momento come è, e come è organizzata, la criminalità in Sicilia?
Le consorterie criminali sono sempre di carattere mafioso. La mafia tiene le fila di tutto. Però sono apparse nuove generazioni di mafiosi.

Cioè?
Mi consenta una battuta: ora ci sono infiltrazioni politiche nella mafia.
Non era il contrario?
Certo, ma ora i mafiosi sono cresciuti. Hanno studiato e non trattano più con la politica ma sono in politica. Così anche i loro interessi economici sono cambiati. Se sessant’anni anni fa si occupavano del contrabbando di sigarette e in seguito della droga, oggi appare assai più redditizio occuparsi di sanità, per esempio della gestione delle Asl.

Permangono interessi economici della mafia anche nell’edilizia?
Nel senso di edilizia civile no. Questo accadeva in passato. Ricordiamo tutti quando il piano regolatore di Palermo, parecchi anni fa ormai, quelli di Lima e Ciancimino per intenderci, venne cambiato da un giorno all’altro con la sparizione di agrumeti e limoneti. L’edilizia a cui si guarda oggi è di tipo infrastrutturale: le grandi opere pubbliche, i grandi appalti per intenderci, che naturalmente si trovano, o vengono a trovarsi, su tutto il territorio nazionale.
Ciò che però in questo momento è più redditizio e meno rischioso per la criminalità mafiosa sono gli appalti legati alla sanità. Si prenda per tutti il caso della clinica di Villa Maria Teresa di Bagheria, dove gli esami medici per esempio, venivano fatti con un costo circa dieci volte superiore rispetto a una struttura della Lombardia. Questo non solo dà il senso della situazione attuale, ma viene a collocarsi in quella linea strategica da parte di determinati governi e cioè favorire il privato penalizzando il pubblico. E questo succede nella sanità ma anche nell’istruzione, nella scuola, chiaramente con risvolti diversi perché il fiume di denaro per la sanità è di gran lunga superiore.

A questo proposito lei pensa che il fatto che la Sicilia sia una regione autonoma sia penalizzante?
Lo spirito con cui si rese autonoma questa Regione era certo diverso. Si partiva da situazioni di grande penalizzazione e arretratezza che furono la motivazione di questa scelta. Il fatto che nell’arco di sessant’anni non si sia sfruttata quest’opportunità ma che sia divenuto il pretesto per affari più o meno leciti e per scelte politiche discutibili, ha certamente penalizzato i siciliani. Per altre regioni questo non è accaduto, penso alla Valle d’Aosta, al Trentino e, per certi versi, anche alla Sardegna. Ma in Sicilia non è stato così: certe parti della zona del Belice attendono ancora la ricostruzione. Questo dà il segno e il senso del fallimento dell’autonomia istituzionale.

Come giudica la presa di posizione contro la mafia del presidente di Confindustria siciliana?
Importante e innovativa. La posizione degli industriali finora era sempre stata ambigua. Certo alcuni hanno reagito e, come nel caso di Libero Grassi, hanno pagato con la vita. Altri hanno subito gravi danneggiamenti alla loro attività imprenditoriale. Prendere posizione nei confronti dei propri associati è sicuramente impopolare però è un segno dei tempi perché la società civile siciliana sta crescendo. Tutti hanno compreso che se si vuole liberarsi da questo giogo criminale, ognuno deve fare la propria parte per ciò che compete, ma soprattutto è importante per coloro che sono le vittime principali del potere mafioso: chi subisce in prima persona, gli imprenditori e i commercianti che devono dare un segnale di non accettazione di imposizioni e vessazioni. Gli industriali sono i primi a pagare dazio ma la catena prosegue nei confronti di tutti i cittadini. Se un commerciante paga il pizzo, i cittadini pagheranno il prezzo di quel pizzo.

Accanto allo “sviluppo” della mafia, continuano però gli affari di antica data, come la microcriminalità, la droga e quanto altro? E quanto sono interessati i poteri mafiosi all’immigrazione?
L’interesse della mafia per l’immigrazione c’è. La manodopera illegale è a costo quasi zero. Nelle campagne vi sono nuove forme di capolarato, non solo in Sicilia, ma in tutto il Meridione. L’accordo stipulato dall’Italia con la Libia ha ridotto gli sbarchi, ma solo in Sicilia beninteso, perché in altre spiagge del Sud non arrivano più con i barconi ma con catamarani e perfino navi da crociera.

In che cosa è diversa la mafia dalle altre organizzazioni criminali?
Laddove c’è un incontro di interessi, si trovano accordi anche tra mafie. Quella siciliana è stata la prima a interagire con la politica, ma mi sembra che anche le altre si siano attrezzate e adeguate, forse superandola. Le cronache di tutti i giorni acclarano una situazione in cui sono evidenti interessi con politici locali o nazionali. In questo senso la mafia siciliana può rivendicare una “primazia”. Il metodo è stato però ampiamente mutuato.

Come si è sviluppata sul territorio in questi anni la legge dei sequestri e successiva distribuzione dei medesimi?
Le buone intenzioni della legge non hanno purtroppo trovato un’altrettanto buona applicazione. Questo perché da un lato la legge cerca di evitare che i patrimoni tornino in possesso di chi delinque; dall’altra parte il problema vero resta quello dell’assegnazione e dell’uso che ne viene fatto. Molti di questi beni, senza entrare nella polemica dell’assegnazione a parenti, amici, politici amministratori vicini ai sequestrati, vanno “persi”, tutti quei beni cioè che una volta confiscati sono oggi in condizione di abbandono. E questo è il vulnus della legge.
Se un bene assegnato a una pubblica Amministrazione, Ente pubblico, Forza di polizia che non ha i soldi per gestirlo, viene destinato ad altri, viene assegnato per esempio a un Ente locale che per tanti motivi non lo utilizza – e non voglio pensare che sia per varie pressioni mafiose appunto -. Sta di fatto che il bene torna al demanio, subisce il degrado, e ci si trova con edifici fatiscenti, strutture vuote che sarebbero potute servire per la collettività e per scopi benefici, date ad associazioni per l’infanzia, per la terza età, colonie estive. Il vulnus, torno a ripetere, è la destinazione del bene.
Se non si individua subito un soggetto a cui darlo, il bene si disperde. E qui ce ne sono tanti.

Per parlare di un problema di questi mesi, ovvero lo smaltimento dei rifiuti, lei pensa che sia un dato strutturale o che vi sia l’interesse a mantenere questo stato da parte della criminalità?
Laddove ci sono grandi interessi economici, inevitabilmente ci sono gli interessi della criminalità. Io ricordo che sin da piccolo Palermo si caratterizzava per i cumuli di rifiuti. Un dato quindi strutturale e anche questo è stato esportato. Anche in questo caso dobbiamo pensare che la politica non sia in grado per incapacità di risolvere il problema, perché sennò occorre pensare a una volontà di non risolverlo. O si è incapaci o si è in malafede.
Il discorso dei termovalorizzatori e inceneritori ha reso appetibile il business dei rifiuti. Laddove ci sono stanziamenti pubblici di questa portata, arriva la criminalità organizzata. Il fatto che il problema si aggravi, di volta in volta, determina l’esasperazione del cittadino che, pur di vedere risolto il problema di invivibilità, si adegua a tutto. L’emergenza è il problema del nostro Paese. Il problema della politica sta proprio nell’incapacità di programmare, di pianificare di progettare. Non bisogna arrivare all’emergenza per risolvere la quale si fanno saltare il sistema delle garanzie, quello dei controlli, dell’assegnazione regolare degli appalti.

Però ci sono alcuni casi di programmazione nefasta come la legge sulle intercettazioni…
Grazie alla denuncia fatta dalla magistratura, ma anche da noi del Silp, sui danni che potevano essere fatti da questa legge che avrebbe legato le mani agli investigatori, il ddl è stato fermato. Da parte poi di un governo che voleva le mani libere da lacci e laccioli in economia, sembra quanto meno strano che gli stessi lacci volesse imporli in ambito della giustizia…

Nella percezione della popolazione locale come è vista la Polizia?
Credo che occorra fare una differenza tra Palermo ed altri centri siciliani. La percezione è cambiata a Palermo, in meglio, per ciò che attiene ai valori della legalità ma anche al ruolo della magistratura e della Polizia, subito dopo le stragi. Esse sono state un punto di non ritorno nella percezione del cittadino palermitano. Lo sbirro è diventato l’Istituzione che ha la funzione e il compito di proteggere e che immola anche la propria vita. Le stragi hanno “permesso” di vedere i servitori dello Stato da un’altra angolazione, non più appunto lo sbirro, né il magistrato che lavorava contro il cittadino inerme. Il discorso è diverso in altri parti della Sicilia. E la linea di demarcazione è data proprio dalle stragi.

Di questo però si è accorta anche la mafia che non usa più una violenza “brutale”…
Laddove non c’è lavoro la mafia prolifera. In anni passati, chiuse le imprese di imprenditori in odore di mafia, spuntarono cartelli con su scritto “La mafia dà lavoro, lo Stato lo toglie”. Quindi questa era la percezione. In uno Stato come quello italiano in cui cassaintegrazione e disoccupazione aumentano e in cui i laureati sono costretti ad accontentarsi del call center la situazione non può che peggiorare.

Questo è un Paese in cui sembra che chi delinque non sia condannato a una giusta pena… Forse c’è bisogno anche di una riforma della giustizia?
Certo. Sarebbe la vera rivoluzione copernicana, quella che dice che la legalità paga. Bisogna avere il coraggio di dire che chi delinque deve stare in galera e che quindi vale il principio non solo della certezza della pena ma soprattutto dell’effettività della pena. Questo principio andrebbe “scolpito”. Fermo restando il principio costituzionale per cui la pena ha una funzione rieducativa, non si capisce perché la rieducazione debba avvenire all’esterno e non all’interno delle carceri.

La situazione carceraria non è brillante né per i detenuti né per gli agenti di custodia…
Questo fa comodo a tutti perché si può invocare un’amnistia o un indulto, perché le carceri scoppiano quando basterebbe costruirne di nuove. In questo modo, soprattutto in certi periodi della legislatura, può far comodo per esempio far scontare l’ultimo anno di detenzione a casa. Perfino il Papa ha chiesto un atto di clemenza… Questa è una scorciatoia che la politica ha sempre adottato.

Se il Ministero chiedesse alla stessa Polizia di fare proposte sulla riforma delle forze dell’ordine, quali sarebbero le priorità?
Un riordino delle carriere e dell’organico lo abbiamo presentato. Era arrivato addirittura ad essere approvato in Commissione Difesa della Camera, bocciato poi al Senato. Siamo stati tra le poche organizzazioni sindacali a fare una proposta del genere, però è chiaro che laddove non ci sono i fondi accantonati per realizzare tutto questo non si possa nemmeno discuterne. Ora sembra a un punto morto. Perché tutto ciò ha un costo. Nel prossimo triennio sono stati previsti un miliardo di euro di tagli per il nostro Comparto.

Eppure nell’ultima campagna elettorale la sicurezza è stato uno dei cavalli di battaglia dell’attuale governo?
Eccome. C’era sempre uno straniero pronto a compiere uno stupro o un delitto ed era tutto molto pericoloso ed estremamente enfatizzato. Cosa che ha fatto presa in effetti sui cittadini anche se la stessa enfasi, e di conseguenza lo stesso scandalo e preoccupazione, non la si è colta per la signora romena uccisa a Tiburtina con un pugno da un ragazzo romano.

Quindi è un problema anche di formazione, verrebbe da dire di educazione civica?
Assolutamente, sì. La scuola pubblica è un po’ come la sanità: si investe su quella privata che tende a formare la classe dirigente, non il cittadino.

Ma si può dire che le attuali generazioni di siciliani sono migliori delle precedenti?
Non direi migliori quanto più consapevoli. In primo luogo del fatto che non è attraverso l’azione del criminale-potente di turno che si possono risolvere i problemi familiari o personali. Perché il peso di questa azione si ritorce contro chi la compie. I giovani siciliani si son resi conto che tanti anni di potere mafioso non hanno portato benessere e che quelle garanzie che prima la mafia offriva, adesso sono venute meno. Non c’è sviluppo e non c’è stato, e questo è frutto non solo di scelte politiche scriteriate, ma di una mentalità che si è rivelata assolutamente fallimentare.

Non abbiamo ancora parlato di un argomento importante, così importante che forse è passato in secondo piano e cioè la sempre più cronica carenza di mezzi e di strutture della Polizia…
Quello che avvilisce i poliziotti soprattutto nelle regioni più esposte, è proprio la carenza di organico, di stanziamenti, di infrastrutture. Tutto si basa sulla buona volontà dei singoli e delle Forze di polizia sul territorio. Non è vero che se si catturano i latitanti è merito del governo. I meriti della politica sono mettere a disposizione i mezzi necessari, anche quelli normativi perché si operi nel miglior modo possibile. Quando si pensa di eliminare le intercettazioni che sono state fondamentali nella cattura dei latitanti, allora il merito è solo delle Forze di polizia. Abbiamo autovetture con duecentomila chilometri, altre che ormai tutti sanno che sono nostre, criminali inclusi, perché sono sempre le stesse, e quindi pressoché inutili per appostamenti e pedinamenti. I colleghi della Squadra Mobile sono costretti ad affrontare le missioni mettendo mano al loro portafogli. Pensi che nella Sicilia orientale saltano i ponti radio e non ci sono i soldi per ripristinarli. Inoltre a Palermo sono stati eliminati turni notturni dei commissariati. Questo significa meno sicurezza per i cittadini e anche per gli operatori. A questo punto occorrono i fatti che si traducono in uomini e mezzi. Tutto il resto sono spot più o meno elettorali o prelettorali.

L’ingresso in Polizia in questo momento è assai difficile per le donne. Lei che cosa ne pensa?
Questo sistema di ingresso attuale certo non favorisce le donne. Lo abbiamo fatto rilevare più volte. E’ dal 1996 che non viene più bandito un concorso per agenti effettivi e questo ha penalizzato di più proprio le donne. Entrare nell’Esercito e poi transitare in Polizia, crea le condizioni per questo stato di fatto perché statisticamente sono di più le donne che aspirano a entrare in Polizia per l’utilità che possono rendere alla società civile. La formazione poi che si riceve dovendo andare in un teatro di guerra non è certo quella che deve avere una persona che deve interagire con una società civile. Sarebbe più opportuno affiancare all’attuale sistema di selezione quello che non è mai stato eliminato ma nemmeno più si usa, ovvero la selezione dalla vita civile.

Che cosa perde la Polizia perdendo le donne?
Entusiasmo, sensibilità, una grande capacità di comunicazione. La possibilità di vedere il mondo anche da un altro angolo. Ritengo che la donna abbia più capacità di adattamento e maggiore sensibilità degli uomini.
E’ una risorsa che rischia di assottigliarsi. E pensare che la legge di riforma vedeva un cambiamento in senso positivo della donna all’interno della Polizia, che assurgeva a protagonista…

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