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Dicembre/2010 - Articoli e Inchieste
Pizzo
Quei commercianti e imprenditori che dicono no alle estorsioni
di Rino Cascio

La recente operazione antiracket “Addio Pizzo 5”
è avvenuta nel quadro di un’inchiesta
che vede aumentare notevolmente il numero
dei taglieggiati che collaborano con gli investigatori.
Un segnale significativo, anche se – dice Francesco
Messineo, Procuratore capo della Repubblica
di Palermo, “i numeri delle estorsioni sono ancora
altissimi”. Comunque a Palermo “il clima
sta cambiando”, afferma il questore del capoluogo
siciliano Nicola Zito. Ma - fa notare
Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia – “anche
la politica deve fare la sua parte”: Ma su questo versante
segnali forti non sono arrivati. Al contrario…


«Sono numeri ancora altissimi – ammette il Procuratore capo della Repubblica di Palermo, Francesco Messineo – nei nostri uffici abbiamo un database con oltre 5.000 nomi», nomi di indagati e pregiudicati per mafia e di loro favoreggiatori nel solo capoluogo dell’isola. Un esercito che fa pensare ancora ai numeri che vennero forniti dal pentito Tommaso Buscetta, il primo grande collaboratore di giustizia, al giudice Falcone. Numeri che spiegano il volume d’affari che ancora oggi la criminalità organizzata in Sicilia, ma soprattutto a Palermo, riesce a gestire e che vengono confermati dall’ultima operazione antiracket denominata “Addio Pizzo 5”. Ad indicare che di analoghe operazioni solo negli ultimi 3 anni, ce ne sono state ben 4. Da quando, cioè, sono stati assicurati alla giustizia i boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo, padre e figlio, capimafia di San Lorenzo, ma ormai ai vertici delle cosche di Palermo e provincia.
Partiamo dai numeri generali per arrivare a quelli dell’ultima operazione e comprenderne l’importanza. Secondo l’ultimo rapporto di Sos Impresa-Confesercenti, oggi la mafia riesce a controllare con il racket e l’usura un giro d’affari di 23 miliardi di euro. E’ la seconda voce di un bilancio criminale che arriva a 135 miliardi di euro l’anno e che continua ad avere nel traffico di droga (60 miliardi di euro) l’entrata principale. Solo in Sicilia ad essere vittime del racket sono 50mila imprenditori e commercianti, il 70% del totale, e nelle sole Palermo e Catania la percentuale di taglieggiati si alza oltre l’80%. La svolta imposta negli anni Novanta e Duemila dal boss Bernardo Provenzano ed indicata in un suo pizzino («pagare di meno, ma pagare tutti») aveva fatto breccia ed era stata erroneamente ritenuta quasi conveniente, per un periodo, da molte vittime. Un negozio deve pagare dalle 200 alle 500 euro al mese, il doppio se si trova in centro. Eccezione fanno le imprese che ottengono appalti pubblici. La percentuale dell’estorsione - ha dimostrato anche l’ultima inchiesta – rimane del 3% sull’importo del lavoro, così come avveniva negli anni Ottanta ai tempi delle regole del tavolino redatte da Angelo Siino, il cosiddetto ministro dei lavori pubblici dei corleonesi di Totò Riina. I grandi centri commerciali devono pagare anche oltre 25mila euro al mese.
All’alba del 13 dicembre scorso, Santa Lucia, mentre a Palermo friggitorie e bar preparavano fiumi di arancine (sfere di riso fritte con un condimento all’interno) e cuccia (grano bollito e poi mescolato a ricotta e zucchero o crema) – unici cibi ammessi dalla tradizione nel capoluogo siciliano per questa giornata – oltre 200 agenti di Polizia bussavano alle porte di casa e delle celle di carcere di 63 presunti soldati del racket. Erano gli ultimi dell’esercito dei Lo Piccolo che avevano schivato le indagini partite dai mille pizzini circa sequestrati ai boss il 5 novembre del 2007 nel covo di Giardinello, dove vennero arrestati. Circa un terzo erano già detenuti per altri reati. La gran parte dovevano garantire dall’esterno delle carceri, con la riscossione sistematica del pizzo, il pagamento dei costi di avvocati difensori per i loro ex compari e per il mantenimento del tenore di vita delle loro famiglie. Tra i mantenuti in carcere anche molti boss delle cosche della provincia il cui ruolo di comando mafioso viene confermato dalle ultime indagini. La quinta tranche dell’inchiesta fa salire a 184 gli esattori della cosca in manette, ad 87 le estorsioni accertate, a 232 il numero delle vittime, a 15 le società sequestrate. Delle oltre 200 vittime accertate nelle 5 operazioni denominate Addio Pizzo, un quarto hanno collaborato, ma una ventina hanno preferito il rinvio a giudizio per favoreggiamento, negando anche l’evidenza. Ma, dato più interessante, il numero delle collaborazioni è andato aumentando man mano che scattavano le manette. Nell’inchiesta che ha portato agli arresti del 13 dicembre, su 19 estorsioni denunciate, ben 14 imprenditori – tre su quattro – hanno ammesso e collaborato con gli investigatori.
Collaborazioni fondamentali, tanto, da non rendere decisive, per dimostrare il reato, le intercettazioni, che «comunque sono state ancora una volta importantissime» ha spiegato il Procuratore aggiunto Antonio Ingroia. Il magistrato ha ammesso che nessuna collaborazione è arrivata spontaneamente. Che le vittime hanno ammesso solo davanti alle sollecitazioni degli investigatori, «ma solo qualche anno fa questo sarebbe stato impensabile» ha aggiunto Ingroia indicando la chiave del successo «nelle prese di posizione nette effettuate da Confindustria Sicilia che ha espulso nei fatti, e non a parole, i soci che pagavano e non collaboravano, e dall’attività intensa delle associazioni antiracket Addio Pizzo e Libero Futuro, che hanno affiancato gli imprenditori nel loro cammino di collaborazione, senza farli mai sentire soli». Era il 29 giugno del 2004, 6 anni fa, quando Palermo si svegliò tappezzata dai manifesti anonimi che denunciavano “un popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Nacque da lì la rivolta lenta, ma inesorabile, che ha portato Palermo anni luce distante dai silenzi e dalle collusioni della gran parte di imprenditori e commercianti. Silenzi e collusioni che costarono la vita ,il 29 agosto del 1991, dell’imprenditore Libero Grassi, il primo a denunciare. «Pagare non è più conveniente per un sempre maggior numero di imprenditori – commenta il neo questore di Palermo Nicola Zito – la cultura mafiosa a Palermo si sta esaurendo ed il clima sta cambiando». E se c’è chi pensa a disegni di legge che introducano il reato di omessa denuncia di richiesta estorsiva, con pene sino a 5 anni di reclusione per gli imprenditori che si mostrano reticenti, il Procuratore Messineo commenta: «Nessuno pretende che Palermo diventi il paradiso terrestre, ma che diventi una città normale. E lo sarà pienamente quando un imprenditore che viene taglieggiato denunci i propri estorsori». «Ma anche la politica deve fare la sua parte – denuncia il Presidente di Confindustria Sicilia Ivan Lo Bello – faccia un salto di qualità, si doti di un codice di autoregolamentazione come gli imprenditori, penalizzando al proprio interno le collusioni criminali. Dia un segnale forte e chiaro della volontà di emarginare i soggetti che continuano a colludere».
Segnali forti non ne sono arrivati, come si evince anche dalle carte di questa indagine. Le intercettazioni scoprono così che un boss telefonava al fratello di un alto esponente del governo regionale per invitare il congiunto, molto conosciuto, all’inaugurazione di un centro benessere nel salotto bene di Palermo acquistato interamente con i soldi di un capomafia ed ora sotto sequestro. Poi telefonava al prestanome che si era intestato il solarium e lo avvertiva «ti sto facendo arrivare una persona importante». E di persone importanti, scoprono gli investigatori, a frequentare quel solarium ce n’è più d’una. Ci andava lo stesso Sandro Lo Piccolo avvertendo il gestore prima perché gli facesse trovare compagnia.
Le denuncie degli imprenditori questa volta hanno fatto il paio con le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, ma – ancora più decisivo – con gli elementi di prova raccolti nel covo dei Lo Piccolo. Insieme ai pizzini , una spinta fondamentale è arrivata dal nastro di una macchina da scrivere elettrica. Una semplice Olivetti che i Lo Piccolo utilizzavano per scrivere i loro messaggi all’esterno, convinti che non sarebbe rimasta traccia in memorie informatiche. Il nastro era stato gettato nel cestino dei rifiuti del covo dove sono stati arrestati e l’operazione di ricostruzione della Polizia Scientifica ha permesso di individuare, una per una, le tracce lasciate dalle singole lettere che erano uscite dalla striscia d’inchiostro. L’ultimo ordine era stato scritto qualche giorno prima del loro arresto. «Con i 50mila euro com’è finita? – chiedeva Sandro Lo Piccolo (il figlio e non il padre, secondo gli investigatori) ad un suo favoreggiatore – Vedi se la puoi portare in porto questa cosa che ora ha molto che aspettiamo» proseguiva con errori grammaticali e ortografici. E poi parlavano di un Bar che gli investigatori avevano già individuato. «Cosa vuole fare? Mi dispiacerebbe tanto sgarbarlo», cioè fargli qualche dispiacere. Per gli investigatori è una minaccia velata perché il titolare dell’esercizio non vorrebbe pagare. E poi un grande centro commerciale. I boss si lamentano per quanto poco è stato chiesto. «...dà una miseria, mille euro a Natale e mille a Pasqua». Non induca in errore la cifra. L’estorsione spesso viene comminata su più livelli. Imponendo assunzioni, ditte di servizio per la pulizia, per la manutenzione di impianti elettrici o idraulici, o addirittura il controllo del posteggio auto con uomini del clan che in maniera abusiva riscuotono un obolo dagli autisti, assicurandogli la custodia delle auto, e versano una percentuale alla cosca. Ed infatti il nastro della macchina da scrivere per quel centro commerciale svela che «gli ho ricordato il discorso del posteggio ed attendo da un momento all’altro la sua risposta».
Sono le denuncie delle vittime così ad allagare il raggio dell’estorsione già scoperta dagli investigatori. «Si sono presentati in cantiere bloccando con propri camion l’ingresso – fa sapere uno di questi agli investigatori – sono andati via solo quando ho affidato a loro le commesse di movimento terra per le quali avevo già stilato un contratto con un'altra ditta. Contratto che ho dovuto stracciare». «Mi avevano bloccato i mezzi che dovevano trasportare in cantiere una gru smontata per compiere dei lavori pesanti – racconta un altro – per riprendere i lavori liberando la gru pagai in due mesi tre rate per complessivi 12mila e 500 euro». Qualcuno tentò di fare resistenza. Rifiutò di pagare, ma i boss Lo Piccolo inviarono una piccola banda munita di mazze da baseball che – scambiandolo per la vittima designata con la quale si somigliava – mandò in ospedale il fratello dell’imprenditore. «Al Pronto Soccorso denunciammo che aveva avuto un incidente stradale», dice, e gli investigatori che avevano già saputo la verità da più pentiti trovano il riscontro tra i registri del nosocomio. «Rifiutai ancora, ma quasi tutti i miei clienti decisero di trasferire altrove le loro barche», racconta l’imprenditore che gestiva un cantiere nautico in provincia di Palermo. Un albergatore invece denuncia di avere pagato sin dagli anni Ottanta. «Prima ero convinto che stavo solamente pagando il guardiano che controllava i confini dell’area, il posteggio e faceva anche da giardiniere... ma capii quasi subito che il servizio che mi offriva e per il quale dovevo continuare a pagare, sempre di più, era ben alto». Qualcuno però si salvò dal pizzo. «Si avvicinò un giovane che frequentava da tempo la mia discoteca – ha raccontato il titolare di un locale notturno – aveva tra i 16 ed i 22 anni e mi disse che erano necessari 5mila euro a Natale e 5mila a Pasqua. Gli dissi che non volevo pagare e che tra i miei soci c’era un poliziotto e lui andò via lamentandosi: quelli vengono a sapere sempre tutto…».
Quello che gli investigatori non sono venuti a sapere del tutto, sinora, è però dove i Lo Piccolo hanno nascosto il loro grande tesoro. I sequestri e le confische di beni ad oggi non giustificano il grande movimento di affari che- accerta quest’ultima indagine – comprendeva anche un grande traffico di cocaina dal Sud America alla Sicilia attraverso i porti europei dell’Olanda. Un segreto che conosce l’architetto Giuseppe Liga, l’insospettabile professionista che aveva preso il posto dei Lo Piccolo dopo il loro arresto mostrando un salto di qualità, raro a vedersi prima, tra la classe dirigente delle cosche di mafia. Un segreto che forse è stato nascosto in Svizzera nelle cui banche, gli investigatori siciliani, hanno compiuto più di una ricerca.

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