Alla base delle parecchie manifetazioni
aggressive di intolleranza sociale vi è una sempre
più diffusa fragilità e vulnerabilità psicologica.
In questo clima, alimentato dai mass media,
il capro espiatorio diventa il diverso da noi
In questi ultimi mesi la cronaca nera ce lo ha sbattuto in faccia più volte: si chiama rancore sociale. Sta divenendo sempre più visibile e sta attraversando la nostra società con espressioni di violenza improvvisa, repentina e distruttiva. E’ come un fulmine e così come il fulmine che scarica tutta la sua potenza in un unico punto del terreno, il rancore sociale colpisce in un punto solo la sua vittima, il capro espiatorio sociale che meglio di ogni altro bersaglio si presta ad attrarne la violenza: le donne, i minori, gli omosessuali, il tossicodipendente, l’anziano, l’immigrato. Il rancore sociale esprime una violenza che colpisce i deboli, i socialmente fragili ed i diversi. Il motore psicologico che lo alimenta si chiama paura e in ambito sociale la paura conduce le persone alla ricerca del legame con il simile (“io sono come te”) ed alla fuga o alla lotta con chi è diverso (“io non sono come te”).
Ciò che attualmente spinge le persone alla ricerca di legame sociale con chi è simile è un sentimento diffuso di solitudine e di abbandono che cerca di essere compensato con l’affiliazione ai gruppi sociali omogenei. Al di fuori del gruppo omogeneo di affiliati circola il rancore ed alleggia nella società come un risentimento sordo alla continua ricerca di un soggetto, di un bersaglio, di una vittima contro cui scagliarsi. Allo stesso modo del demone tentatore che non trova pace sino a quando non trova un modo per insinuarsi nell'anima e nei comportamenti dell'uomo, così il rancore sociale non trova appagamento sino a che non colpisce la presunta causa del disagio sociale. Qualcuno ha detto che il rancore sia come “prendere un veleno e aspettare che l'altro muoia”, rimandando all’idea che causa ed effetto dell'odio sia contemporaneamente l’idea di sé, negativa, e l’idea dell’altro, del diverso, del dissimile, dell’alieno, del mostro, altrettanto negativa. Idea che prende origine da una non accettazione né di sé e né dell’altro in quanto diverso. Secondo gli studiosi del comportamento umano ed i sociologi, si tratta di reazioni collegate al senso di insicurezza che deriva dall'erosione delle forme di integrazione sociale. Dove l'insicurezza è innanzitutto la difficoltà dell’individuo nel dare continuità alla propria identità a causa di un ambiente sociale esterno che viene percepito come instabile e minaccioso.
Quando sentiamo che intorno a noi le relazioni sociali oltrepassano un personale limite di instabilità, ecco che scatta inizialmente l’autoesclusione, il restringimento dalle relazioni sociali, e successivamente lo scagliarsi in modo aggressivo contro l'"altro" (l'immigrato, l'omosessuale, il barbone, il matto, …) che le circostanze rendono più facilmente identificabile come la causa dell'instabilità e dell'insicurezza. Quando non conduce ad agire sulle “cause” umane, isolando e respingendo i diversi, la percepita insicurezza sociale conduce a compiere grandi investimenti in sistemi di controllo e monitoraggio degli spazi, sia pubblici che privati, attraverso l'occhio elettronico delle telecamere e dei dispositivi di allarme. A questi sistemi di difesa passivi si affiancano altri strumenti di difesa, detti attivi, quali le armi da fuoco, le armi bianche, le armi elettriche, gli spray anti aggressione, i cani da guardia personale…, con una correlata crescita di presenza di poligoni di tiro e di corsi di autodifesa che inducono l’idea della detenzione e dell'uso delle armi come di una questione di gioco, di moda, di fitness. E’ una tendenza sociale in corso che fa pendere pericolosamente la bilancia a favore dell'equazione più armi uguale più sicurezza.
Ciò che resta dietro le telecamere e le armi è comunque un uomo impaurito, blindato e armato, che in sostanza ha smesso di credere nell’evoluto potere argomentativo della parola per lasciare spazio a più regressivi ed arcaici codici comunicativi, quelli della forza fisica e della minaccia di ritorsioni. Alla base delle sempre più diffuse manifestazioni aggressive di intolleranza sociale vi è quindi una diffusa fragilità e vulnerabilità psicologica che nasce dalla paura. Quanto più la paura non trova ambiti di compenso e di controllo significativi, tanto più essa tende a trasformarsi in rancore, odio e violenza. Il rancore e l’odio inevitabilmente si trasformano in violenza poiché entrambe hanno bisogno di un bersaglio cui potersi scaricare ed il miglior bersaglio viene oggi offerto dal collegamento tra immigrazione e criminalità.
Attualmente una larga fetta di cittadini italiani ritiene che l'aumento degli immigrati presenti sul territorio abbia generato un incremento sensibile della criminalità. Ed in molti li ritengono una minaccia alla propria incolumità personale ed alla propria sfera privata. In fondo, quando alcuni politici affermano pubblicamente che “meno immigrazione significa meno criminalità” non fanno altro che utilizzare strumentalmente questa percezione diffusa. Tuttavia la percezione degli italiani su questa minaccia correlata agli immigrati è totalmente svincolata dalla realtà dei fatti. Innanzitutto, non esiste alcuna relazione statistica tra numero di immigrati e numero di crimini commessi sul territorio: mentre il numero di permessi di soggiorno è cresciuto enormemente negli ultimi anni, il numero di crimini compiuti è rimasto sostanzialmente costante. Né si può affermare, come in molti dicono, che gli stranieri abbiano una “maggiore propensione” a commettere reati: la percentuale di immigrati regolari denunciati è pari alla loro quota nella popolazione italiana.
A questo punto ci si chiede quindi come mai i cittadini italiani continuino a pensare e ritenere che sia così. Mettendo a confronto infatti l'andamento della percezione dell'insicurezza tra i cittadini italiani con l'andamento dei fattori di insicurezza reali, come ad esempio il tasso di criminalità, e dei fattori di insicurezza indotti, come ad esempio il numero di notizie riguardanti i fatti di criminalità nei telegiornali, emerge con grande evidenza che la percezione dell'insicurezza dei cittadini nei confronti degli immigrati sia determinata totalmente dai media, ed in particolare dalla televisione. Alcuni studi hanno dimostrato che il flusso delle notizie televisive che riportano delle violenze e dei crimini commessi ad opera di stranieri immigrati determina un incremento dell'insicurezza sociale. Se ne deduce quindi che per combattere la percezione dell’insicurezza sociale correlata all’immigrazione la via da percorrere non debba essere tanto quella legata a politiche migratorie restrittive, quanto piuttosto l’attuazione di politiche di reale integrazione degli immigrati e di un miglior bilanciamento nei media tra le notizie dei crimini commessi da italiani con quelli commessi dagli stranieri. Questa strada passa anche attraverso la dissoluzione della cultura basata sulla paura del diverso e sulla definizione negativa della nostra identità, attraverso la creazione di un nemico, di un “altro da noi” da tenere lontano. La politica invece ha ancora di più acuito la paura del diverso intervenendo ad esempio con la decisione di inviare i militari nelle città ad alta concentrazione di eventi criminali, vale a dire ha agito con l’aumento del controllo e dei controllori. L’idea prevalente è stata che l’emergenza sicurezza ed il successivo invio dei militari nelle città a rischio non sono una causa e un effetto, ma due fattori dello stesso processo di costruzione di una realtà sociale di insicurezza e di paura diffusa.
Tuttavia anche altri fattori interagiscono nella creazione della percepita insicurezza sociale. Ne consideriamo alcuni. Innanzi tutto consideriamo il significato sociale dell’uso dell’Esercito per le operazioni in Patria. Non è una novità l’invio dei militari nelle città, rappresenta una soluzione istituzionale che in passato è stata usata per far fronte a situazioni di urgenza, come quelle degli anni di piombo e della strategia della tensione, in cui era necessario che lo Stato facesse sentire la sua reale presenza sul territorio. La situazione che si è creata in Italia negli ultimi anni e relativa all’emergenza sicurezza evidenzia che la percezione della pericolosità criminale in Italia ha subito un costante aumento a partire dalla metà del 2007 fino a tutto il 2008, per poi scendere progressivamente. In questo arco di tempo l’aumento della percezione sociale della pericolosità della criminalità comprende un periodo intenso per la situazione italiana: vari casi di cronaca nera colpiscono l’opinione pubblica, tra cui ad esempio gli omicidi di Chiara Poggi e di Giovanna Reggiani.
Nello stesso periodo, sindaci di diverso colore politico attuano ordinanze contro l’accattonaggio, contro i lavavetri e il lavoro in nero, soprattutto da parte di immigrati. In questo clima emerge marcatamente il condizionamento psicologico sulla popolazione da parte del sistema dei mass media. I mass media sono infatti l’ambito di incontro e dibattito della società, e nello spazio pubblico mediatizzato che ricreano si svolgono la maggior parte degli eventi sociali. La mediazione dei mezzi di comunicazione nella trasmissione di notizie si rivela determinante nella costruzione della percezione sia della sicurezza che dell’insicurezza.
Alcuni studi hanno evidenziato come nell’Italia del 2007-2008 sia stata determinante l’influenza dei media nella percezione di una realtà di insicurezza. Essi hanno focalizzato l’attenzione solo su certi tipi di paure degli italiani, senza considerare le molteplici e varie altre insicurezze dei cittadini, che solo in minima parte si riassumono in un timore per la criminalità. I media sono riusciti ad alimentare uno sfondo di percezione di insicurezza grazie alla determinante influenza che hanno sull’opinione pubblica. Inoltre, altri dati rivelano che, all’invio dei militari nelle città, la percezione di criminalità era già notevolmente scesa nel sentire dei cittadini, ma ugualmente, la decisione del governo ha trovato un riscontro positivo nell’opinione pubblica. Ciò rivela una percezione di insicurezza sedimentata nella società attraverso un processo costante e progressivo di costruzione della paura. Questo processo fa sì che una percezione di paura venga alimentata e confermata dalla cooperazione di vari fattori, tra cui in primo luogo i media.
In particolare, l’analisi del caso di cronaca dell’omicidio di Giovanna Reggiani, avvenuto a Roma all’uscita della stazione di Tor di Quinto da parte di un immigrato romeno, ha confermato come la teoria della costruzione della paura trovi riscontro e conferma nei dati di realtà. La paura quindi che attanaglia il nostro Paese è una costruzione sociale nella quale vari fattori agiscono, più o meno consapevolmente, per implementarla e mantenerla come sfondo condiviso. Tra questi attori, un ruolo principale spetta ai mass media, per la loro indiscutibile centralità nel dibattito pubblico.
Tornano quindi a tal proposito alla memoria vecchie affermazioni che oggi appaiono di scottante attualità: «Se una situazione è percepita come reale, essa è reale nelle sua conseguenze» (Thomas Znaniecki).
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