E’ un’attività finanziaria molto
antica, che si sviluppa sempre dove
i commerci sono fiorenti, ma anche là
dove i rapporti di classe sono molto
antagonistici, dove l’individuazine
dei proprietari (fondiari o di capitali)
è molto accentuata
Periferia romana, una delle tante, un canuto ed elegante mercante d’arte bussa al portello arrugginito di un container. Ad aprirgli è Mauro, un uomo con una salopette con due tasche piene di assegni e contanti. Il mercante d’arte non è un suo vecchio amico d’infanzia, non si stanno rincontrando dopo decenni, no. Mauro è un “cravattaro”. Da quando le banche hanno cominciato a concedere sempre meno prestiti, il mondo del credito italiano si è popolato di personaggi come lui. Il distinto mercante d’arte, visto che le fatture da saldare erano diventate troppe, e l’indifferenza delle banche ormai era uno spiacevole dato di fatto, si sta per incamminare nel tortuoso e pericoloso universo dell’usura.
Questa storia non è apparsa su uno dei tanti giornali italiani ma è stata riportata dal Washington post a marzo. Il fenomeno usura, dunque, è un problema che spaventa tutti, è una piaga planetaria. Alla luce di una profonda crisi finanziaria, infatti, l’opinione pubblica statunitense ha cominciato a fare domande, a informarsi.
“Il numero di pignoramenti per insolvenza nella contea di Cook, dove si trova Chicago, ha toccato quota 174.000, pari alla popolazione di almeno tre quartieri della città. E con questa recessione la situazione peggiorerà, perché restituire ogni singolo dollaro preso in prestito sarà ancora più difficile”. Secondo alcuni osservatori la colpa sarebbe del sistema bancario statunitense, che ha alzato troppo i tassi d’interesse sul prestito. Oggi riusciamo a trovare istituti che applicano tassi anche del 35 per cento: è come legalizzare l'usura. Non sono stati - o almeno non solo - i fondi subprime a provocare il collasso del sistema finanziario, ma la deregolazione del mercato del lavoro che ha costretto gli statunitensi a ricorrere sempre più spesso al credito. I responsabili della crisi attuale quindi non sono solo i grandi banchieri o gli spietati finanzieri, sono soprattutto i politici che hanno avallato l’idea di smantellare una delle leggi più antiche e fondamentali: quella contro l'usura.
E in Europa? Nel nostro continente ancora non è stata elaborata una giurisprudenza comune. E in Italia? Quale è la situazione per quanto riguarda la legge?
Dal 1° gennaio 2008, la vigilanza e il contrasto all’usura è passato dall’Ufficio Italiano dei Cambi alla Banca d’Italia, che succede in tutti i diritti e rapporti giuridici di cui l’Uic era titolare. Sull’home page del sito della Banca d’Italia si legge anche che “l’attività di prevenzione e contrasto al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo internazionale verrà svolta, in piena autonomia e indipendenza, dall’Unità di Informazione Finanziaria istituita presso la Banca d'Italia”. In termini pratici le cose non cambiano molto, la pratica dell’usura viene sempre considerata “un male antico che da sempre accompagna la storia dell'uomo”. In pratica, consiste nello sfruttare il bisogno di denaro di un altro individuo per procacciarsi un forte guadagno illecito.
Alla base di un rapporto usuraio c'è, da una parte, la necessità di denaro e, dall'altra, un'offerta che può apparire come un'immediata possibile soluzione per chi si trova in difficoltà. “L'usura - si continua a leggere - è un reato che consiste nel concedere un prestito a un tasso d'interesse superiore al cosiddetto ‘tasso soglia’, che si calcola aumentando del 50% il tasso effettivo globale medio (Tegm) relativo ai vari tipi di operazioni creditizie, rilevato ogni tre mesi dal ministero del Tesoro e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale”. I Tegm (tassi effettivi globali medi) stabiliscono il limite oltre il quale gli interessi sono ritenuti usurari. La Banca d'Italia, nell'ambito dei controlli di vigilanza, verifica che le banche e gli intermediari finanziari si attengano ai criteri di calcolo previsti dalle istruzioni e rispettino il limite stabilito dall'articolo 2, comma 4, della legge 108/1996 (soglie di usura).
Le teorie riguardanti il prestito ad interesse furono reinserite nel Codice Penale italiano nel 1930, con la già citata legge del 7 marzo 1996, poi, furono inasprite le pene e disciplinati i diritti delle vittime. La legge italiana inoltre prevede sia un limite relativo, che una valutazione caso per caso da parte del giudice, e la nullità delle clausole che prevedono interessi da usura. Questo ultimo aspetto, la validità/nullità dei contratti in base a determinate clausole, non è disciplinata dalla giurisprudenza comunitaria. In Europa, inoltre, la soglia di tolleranza è del 30% - in Italia del 50% - ed è riferito ad un altro parametro, il Taeg. Il Taeg è un indicatore, aggiornato e variabile periodicamente, il tasso effettivo globale. Tutto questo deriva dal fatto che in sede comunitaria esiste una proposta di Consumer Credit Directive, che liberalizza completamente il mercato del credito, non ponendo limite né all'ammontare dei prestiti né ai tassi di interesse applicabili. Questa direttiva introduce il principio, diffuso in finanza e in altri settori, dell'home country control, ovvero i controlli devono essere fatti in base alla giurisprudenza di ogni nazione comunitaria.
Direttiva che, alla luce della recente e globale crisi finanziaria ed economica che sta colpendo il mondo, contrasta con le teorie che prevedono un’unità d’intenti e di regole per combattere la deriva delle economie occidentali. Sarebbero, ad esempio, autorizzate a prestare denaro in tutto il continente, società di finanziamento con sede legale nel Regno Unito, dove le leggi antiusura sono molto meno restrittive che in Francia, Germania o in Italia.
La parola usura, nel corso dei secoli, ha assunto significati diversi. L'etimo latino del vocabolo deriva in ultima istanza dal verbo "utor" (usare). In origine, infatti, con il termine usura si designava il frutto del denaro dato in prestito, senza che la parola implicasse significati indegni o moralmente riprovevoli.
Comunque non c'è fonte patristica, latina o greca, che non condanni decisamente il fenomeno dell'usura. La prima condanna la troviamo in Clemente Alessandrino, ma subito dopo gli fa eco Tertulliano. Tra i padri latini bisogna spendere una parola per Ambrogio, egli accettava che l'usuraio concedesse il prestito a condizione che il beneficiario potesse disporre del denaro come voleva, restituendo la somma con gli interessi solo una volta ottenuta una rendita dal proprio investimento. Nei confronti degli stranieri, però, le cose cambiavano. Valeva il principio “dov'è il diritto di guerra, lì è anche il diritto di usura”, ovvero si poteva esigere di riscuotere subito gli interessi sul debito.
Con l’inizio delle Crociate si cominciò a sostenere in Italia la possibilità di prestito a usura ai musulmani, anche se questo avrebbe potuto voler dire per i musulmani impiegare i capitali ricevuti contro gli interessi dei cristiani. D'altra parte durante le Crociate l'usura ebbe grande diffusione, tanto che già alla fine del XII secolo gli usurai cristiani erano di molto superiori a quelli di origine ebraica.
Per risolvere il problema i concili ecclesiastici cominciano ad emettere condanne. Mentre il Lateranense II (1139) era ancora fermo nel condannare teoricamente l'usura (l'usuraio cristiano non pentito era indegno dei sacramenti e del funerale religioso), il Lateranense III (1179), constatando che molti cristiani abbandonavano i loro mestieri per diventare usurai, cominciò a condannare soltanto i veri e propri “professionisti” dell'usura, quelli che campavano facendo questo mestiere, non quindi gli usurai occasionali. Il Lateranense IV (1215) pose per la prima volta una netta distinzione tra “usura”, sempre vietata, e “interesse”, lecito entro tassi ragionevoli, impedendo però ai cristiani di commerciare con ebrei usurai.
II concilio di Lione (1274) ribadì la condanna dell'usura, anzi minacciò la scomunica a quei capi di Comuni o di Stati che la tolleravano nei loro territori.
Nel XIII secolo si affermò il principio per cui l'usura era semplicemente “un peccato contro il giusto prezzo”, quello di mercato, ovvero che era un interesse esagerato, dettato dalla personale cupidigia. Tutto ciò riuscì a dare un seguito pratico solo nei confronti degli ebrei, facilmente individuabili e legalmente poco tutelati. Gli ebrei, in fondo, venivano condannati anche perché erano visti dagli usurai cristiani come dei concorrenti. Tra gli italiani, in particolare, era diffusissima l’usura, i toscani, i vicentini ma soprattutto i lombardi, che vivevano negli attuali Piemonte, Lombardia ed Emilia e che provenivano dai ceti dirigenti dei maggiori Comuni italiani erano tra i maggiori usurai. Costoro frequentavano i periodici incontri commerciali che dalla seconda metà del XII secolo si tenevano in quei centri della francese Champagne in cui confluiva la produzione francese e fiamminga. E lì cominciarono a praticare non solo il commercio delle mercanzie ma anche quello del denaro, finché ad un certo punto si specializzarono nella sola attività creditizia, che rendeva molto di più.
In sostanza, l'usura si sviluppa sempre là dove i commerci sono fiorenti, ma anche là dove i rapporti di classe sono molto antagonistici, dove l'individualismo dei proprietari (fondiari o di capitali) è molto accentuato. L'usuraio, infatti, è un individuo che si poneva e si pone lì dove i legami comunitari sono deboli, insinuandosi nel sistema sociale dominante portandolo a completa rovina. È come un virus che si propaga in un corpo indebolito o con le difese immunitarie basse. Il malato trascurando la cura, illudendosi di potercela fare con le proprie forze, si ritrova presto o tardi in condizioni disperate.
Le prime serie misure contro questi usurai, per concludere questa breve digressione storica, furono prese con l'istituzione dei Monti di Pietà, agli inizi del ’500. I Monti di Pietà, presenti tutt’oggi, riuscirono in parte ad arginare il fenomeno usura. In ogni periodo di crisi le persone trovano in questa antica istituzione un valido - anche se momentaneo - aiuto. Le famiglie con problemi economici impegnano gioielli ed oggetti cari, ed oggi, per via della crisi, lo fanno in modo più assiduo. La conferma ufficiosa, di “un trend in crescita da qualche anno”, arriva anche da Piazza del Monte di Pietà a Roma, dove Unicredit Banca di Roma gestisce il più antico istituto di credito su pegno della Capitale. Qualche dato più preciso, relativamente a Roma, lo dà la Banca d’Italia che stima intorno al 5% l’aumento al ricorso al credito su pegno. In genere il valore medio del pegno si aggira sui 700 euro, la Banca d’Italia, nel settore del credito su pegno, dichiara di aver prodotto volumi superiori a 320 milioni di euro nel 2008. Nel 2009 i dati non sono ancora chiari, del resto, gli istituti che praticano il credito su pegno tendono a mantenere un certo riserbo su questo tipo di attività, timorosi di suscitare reazioni negative nell’opinione pubblica.
In buona parte del mondo esistono anche delle catene di banchi dei pegni privati. In Italia, però, sono rari e per la maggior parte si trovano nelle banche sotto forma di sportello. A Milano ne esiste uno all’interno della Banca Regionale Europea di Milano, qui il cliente porta oggetti preziosi e gli viene fatta una polizza in modo che possa, entro sei mesi, o rendere l’interesse e continuare a lasciare in pegno oggetti, oppure restituire l’interesse più il capitale per riscattarli definitivamente. Se non si riscatta il pegno e non si paga l’interesse, l’oggetto viene messo all’asta. Anche se, a differenza di quello di Roma, lo sportello di Milano non subisce un controllo diretto dalla Chiesa, ha ricevuto per tre volte la patente francescana. Un riconoscimento dell’attività che svolge e che ha anche una valenza “ultraterrena”: permette la cancellazione dei peccati. Chi in terra ha gestito in modo onesto un banco dei pegni verrà riconosciuto in paradiso come un francescano, e avrà tutti i benefici che spettano ai frati.
In genere in quasi tutti i banchi dei pegni del mondo gli oggetti che maggiormente vengono accettati sono gli orologi e i gioielli. Ma esistono anche divertenti eccezioni.
In Messico, ad esempio, dove la concezione della morte ha una notevole rilevanza, José Luis Arragìn - direttore del Nacional Monte de Pieda di Città del Messico - racconta che una volta, un tizio ha portato le ceneri di suo padre. Lo stimatore gli ha spiegato che non poteva accettarle, ma l’altro gli ha risposto che sua madre era appena morta, che il suo corpo era ancora nel letto e che aveva un disperato bisogno di soldi. Allora il valutatore ha preso le ceneri e le ha registrate come “clessidra senza piedistallo”. Per la cronaca, qualche giorno dopo, il tizio è tornato a ritirale.
Paese che vai, usanze che trovi. In Giappone - Ginzo è la più grande catena di banchi dei pegni del Paese, ha 70 dipendenti tra Tokyo e Osaka - il pegno non ha solo una funzione di aiuto alle fasce di popolazione più deboli. I banchi dei pegni giapponesi sono probabilmente gli unici che commerciano grandi quantità di beni firmati (soprattutto borsette) della stagione in corso. In Giappone, la rapidità e il ricambio del mercato dei beni di seconda mano sono unici. Presto si leggeranno fuori dagli sportelli cartelli che recitano: “Rivenditore Autorizzato di Louis Vuitton di Seconda Mano”.
Ma il mondo del pegno è un mondo che per la maggior parte delle volte sceglie come protagonisti uomini e donne disperati. Il dipendente del banco dei pegni di New York , infatti, racconta che una volta: “È venuta una donna, gli ufficiali giudiziari stavano per staccarle l’elettricità. Le avevano concesso mezz’ora, e così è venuta qui per mettere insieme due lire per fermarli! Prova a pensare a come sarebbe stato se non ci fossero stati dei banchi dei pegni. Credimi sarebbe stato molto peggio”.
I Monti di Pietà e i banchi dei pegni, quindi, rimangono un rozzo e momentaneo salvagente, non di certo la cura della malattia.
Oggi poi la malattia si sta facendo sempre più grave. “È un periodo fantastico per i mafiosi. Perché hanno i contanti”, spiega il giornalista italiano Antonio Roccuzzo - esperto di criminalità organizzata - sulle pagine del Washington post, “la mafia - continua - è probabilmente l’unica azienda italiana a non avere problemi di liquidità”. Io aggiungerei anche (e forse soprattutto) la ’ndrangheta e la camorra. In questo momento, infatti, queste organizzazioni hanno ingenti capitali da riciclare e quindi da prestare. Gli osservatori più attenti, oltretutto, ogni giorno ci ripetono che ormai le grandi organizzazioni criminali si sono evolute. Sono diventate internazionali, parlano molte lingue e hanno studiato ed interagiscono costantemente con il mercato finanziario internazionale. I nostri sistemi di controllo, invece, rimangono ancorati allo Stato Nazione, siamo sempre un passo indietro.
Gli imprenditori italiani, inoltre, stanno attraversando un periodo difficilissimo vedendosi rifiutare anche i già esigui aiuti dalle banche e dovendo mandare avanti le loro attività. Ma anche “impiegati, persone della classe media, fruttivendoli, fiorai” - come afferma con forza Lino Busà, presidente di Sos Impresa - stanno finendo nelle mani degli “strozzini”. “Non era mai successo prima”.
Molti esperti, tra cui l’economista Loretta Napoleoni, sostengono che la mafia è la prima azienda italiana. E in questo momento l’economia sommersa continua a crescere. “Sono preoccupato”, confessa Fara. “Il sistema bancario non funziona e il mercato informale del credito è spesso gestito dalla criminalità organizzata, che così si rafforza. Mentre lo stato diventa più debole”.
Secondo Nino Miceli, un imprenditore siciliano che si è ribellato al pizzo, la mafia vuole impadronirsi degli esercizi commerciali in difficoltà. Quando i prestiti non sono ripagati in tempo cominciano le minacce, e alla fine ristoranti, negozi e bar passano in mano ai criminali. “Siamo seduti in questo bar”, dice Miceli in un caffè vicino al Colosseo. “Ma sappiamo chi è il suo proprietario?”
Nel rapporto finale del Cnel (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, osservatorio socio-economico sulla criminalità) del 2008, si sottolinea come “l’usura continui ad essere un reato che cresce e si diffonde in silenzio, un reato che nel tempo è diventato sempre maggiormente di natura associativa”. Sos Impresa e Confesercenti stimano che la camorra, Cosa nostra e la ’ndrangheta estorcono ai commercianti circa 250 milioni di euro al giorno. Parte di questa somma è il pizzo chiesto in cambio di protezione, ma la parte più grossa deriva dall’usura. In sostanza storie come quella di Carmela Forgione, donna di 62 anni arrestata a Castellammare di Stabia per la decisione che le sue vittime hanno mostrato nell'accusarla di usura, saranno sempre più rare. L’usura, oggi, è diventata un crocevia di altri reati economici dalle truffe al riciclaggio. Un reato, che come racconta in modo puntuale il rapporto del Cnel, “cresce e si diffonde in silenzio, solo raramente rotto da un fatto di cronaca eclatante: il suicidio di una vittima, un arresto eccellente, l’inchiesta giornalistica o televisiva. Per ricadere subito dopo, nell’oblio”. Un reato di cui si fa fatica anche a parlare.
Una cosa che però deve essere ormai chiara è che la pratica dell’usura si inserisce nel mercato del credito. Tale mercato è vasto e insidioso, in esso agiscono soggetti legali e soggetti illegali. I due mondi pur distanti, “non sono di per sé alternativi - ci spiega ancora il rapporto del Cnel - semmai quello illegale agisce da supplenza a quello legale, e questo a sua volta, è l’ambito dove si concretizzano gran parte delle operazioni usurarie”.
Un esempio tanto esaustivo quanto frequente ci viene fornito dal puntuale racconto della giornalista di Repubblica Marina Garbesi. “Un ristoratore romano lavora come d'uso con uno scoperto di 30 milioni. Il direttore della banca lo convoca chiedendo il rientro immediato dell'intera cifra, giustificando questa richiesta con un'ispezione della sede centrale. L'uomo chiede una dilazione, che non gli viene concessa, ma in cambio gli viene fornito l'indirizzo di una finanziaria. Questa gli dà un prestito senza garanzie con un piano di restituzione a rate. In seguito, il ristoratore a causa di una truffa si ritrova in difficoltà e si fa rifinanziare il prestito. A questo punto, però, gli vengono richieste quote di partecipazione nella società, il pegno dei mobili e rate mensili di 10 milioni. A fronte di un prestito di poche decine di milioni, il ristoratore si ritrova ad aver pagato 600 milioni. Strangolato dai debiti, va in questura e denuncia”.
Questo breve racconto deve convincerci che, per ridurre il rischio usura, è necessario innanzitutto creare i presupposti per assicurare l’incontro tra domanda e offerta di credito. Non sono sufficienti la concorrenza, la trasparenza contrattuale e la conoscenza dei prodotti bancari e finanziari. Per affrontare la piaga secolare dell’usura non bastano più gli strumenti di mercato, di fronte all’emergere di situazioni di maggiore difficoltà economiche è necessario predisporre interventi improntati soprattutto a principi di solidarietà sociale ed economica.
Il Parlamento, quindi, deve andare oltre la legge 108/96 - che comunque ha meglio definito il reato di usura e inasprito le pene per chi lo commette, prevedendo anche il sequestro e la confisca dei beni dell'usuraio - istituendo norme più dure ed inserendo nuovi principi.
Sul piano penale, ad esempio, l’usura rimane un reato depenalizzato. Solo in flagranza di reato l’usuraio viene arrestato, in ogni caso per poche settimane, le sentenze giungono dopo molto tempo e quasi mai vengono applicate le misure di prevenzione patrimoniale. La fissazione del “tasso soglia” - vi ricordate il complicato calcolo descritto in precedenza - deve consentire di rendere più certo il reato e, di conseguenza, renderlo più facilmente perseguibile. In molti casi, infatti, a fronte di complicati conteggi, i magistrati si avvalgono di periti di parte per determinare lo sforamento del “tasso soglia”, allungando in tal modo i tempi delle indagini preliminari.
Ma, per concludere, l’aspetto più significativo rimane l’attività di prevenzione. I fondi previsti dalla legge per gli imprenditori e le famiglie a rischio, benché siano stati - dopo un lungo quinquennio - nuovamente finanziati, rimangono ancora fortemente soggetti alle valutazioni delle singole banche convenzionate che, in larga misura, vanificano gli sforzi dello Stato e quindi di tutta la società.
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