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Giugno-Luglio/2010 - Analisi
Afghanistan, una guerra troppo lunga
di Belphagor

Il 7 giugno scorso è scattato un segnale d’allarme che per l’opinione pubblica degli Stati Uniti è immediatamente comprensibile: la guerra in Afghanistan ha una durata che supera quella del Vietnam. Quella era durata 103 mesi, questa già 104, e ragionevolmente non se ne vede la fine. Il fatto che il conflitto nel sud-est asiatico era il più lungo di tutti quelli affrontati dagli Stati Uniti, compreso il loro decisivo intervento nella Seconda guerra mondiale, dà ancora maggior peso a preoccupazioni e interrogativi. E l’etichetta di “un secondo Vietnam” ha per ogni americano un significato sinistro.
Anche se il conto non è del tutto esatto. Infatti i 103 mesi del Vietnam decorrono dal 7 agosto 1964, quando il presidente Lyndon B. Johson ottenne dal Congresso il voto detto del Golfo del Tonkino, che gli consentiva di dare inizio alla guerra. Ma già da un anno il conflitto era stato innestato da John Kennedy, con l’invio di militari travestiti da “consiglieri”. Sulla base di un calcolo del tutto sbagliato: la difesa del corrotto presidente del Sud Vietnam Ngo Dinh Diem - inviso alla maggioranza della popolazione – visto come uno scudo contro un’ipotetica espansione del comunismo in chiave cinese. Ma la strategia di Kennedy, dopo l’eliminazione fisica di Diem, aveva portato Washington in una situazione disastrosa, con oltre 58mila morti, fino a che Richard Nixon (sì, proprio lui, l’“orrendo” Nixon) aveva risolto il problema ordinando un totale e rapido ritiro delle truppe americane. Ne era seguita l’unificazione di quel Paese, e si era potuto verificare che la prima iniziativa del nuovo Vietnam era stata di opporsi – fino a uno scontro armato – a qualsiasi pretesa espansionista cinese.
Certo, mettendo da parte il computo dei mesi, un paragone fra la guerra in Vietnam e quella in Afghanistan risulta piuttosto forzato. La guerra in Vietnam fu dovuta a una valutazione distorta del presidente Kennedy e dei suoi collaboratori, al pari della spedizione della Baia dei Porci che spinse definitivamente Fidel Castro nella sfera d’influenza sovietica. Di qui, però, cercare delle similitudini tra le iniziative belliche di John Fitzgerald Kennedy e George W. Bush sarebbe profondamente sbagliato.
In effetti, se all’inizio degli anni ’60 il Vietnam non costituiva in alcun modo una minaccia per gli Stati Uniti, l’11 settembre 2001 l’Afghanistan dei talibani era in maniera aperta e dichiarata la sede di al-Qaeda, l’organizzazione terrorista responsabile degli attentati alle Twin Towers e al Pentagono. L’operazione “Enduring Freedom” cominciata il 7 ottobre 2001 con massicci bombardamenti aveva in un paio di mesi – grazie anche al concorso dell’Alleanza del nord dei “signori della guerra” - sgominato le milizie talebane, distrutto le basi di al-Qaeda, e messo in fuga il leader carismatico del terrorismo islamico, il fantomatico miliardario saudita Osama bin Laden. Nel dicembre 2001 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite decideva la creazione di una missione plurinazionale denominata Isaf (International security and assistance force), con compiti molto diversi da “Enduring Freedom”, vale a dire non di intervento e di occupazione, ma unicamente di assistenza al governo di Kabul e alle popolazioni, e di ricostruzione. A partire da questa fase avranno inizio una serie di equivoci che risulteranno deleteri.
La guerra contro i talebani aveva ottenuto notevoli successi, ma questo non significava che questi fossero definitivi. Al contrario, la situazione richiedeva un doppio impegno: militare, per eliminare definitivamente i reparti di talebani che si erano ritirati nelle zone di confine con il Pakistan; politico, e di conseguenza anche economico, per avviare nel Paese un processo di adesione a una forma sia pure primaria di democrazia, eliminando la corruzione endemica e le ingiustizie più eclatanti. Un compito non facile, considerato anche il pesante problema delle coltivazioni di oppio, ma necessario se si voleva che quei primi successi costituissero una base solida. Ma così non è stato.
A Washington lo staff del presidente Bush – e in primo luogo il vicepresidente Dick Cheney – stava premendo, facendo letteralmente carte false, per un intervento armato contro l’Iraq di Saddam Hussein, in nome della “guerra al terrorismo”, e con il pretesto del possesso di armi di distruzione di massa. Motivazioni entrambe false: Saddam era un feroce tiranno, ma detestava e temeva i terroristi; quanto alle sue armi apocalittiche, la stessa Cia ne aveva certificato l’inesistenza, come si è potuto verificare dopo la sconfitta di Saddam. E al-Qaeda ha potuto entrare in Iraq solo dopo l’ingresso delle truppe americane. Non è un mistero che la motivazione più forte per la guerra in Iraq sia stato il petrolio, un settore da sempre molto caro a Dick Cheney. Ma comunque l’impegno iracheno, sempre più pesante, aveva costretto la riduzione dell’intervento in Afghanistan.
Così, a partire dall’11 agosto 2003 la guida dell’Isaf era affidata alla Nato, che avrebbe dovuto procedere all’installazione dei Provincial Reconstruction Team (Prt), centri dinamici diretti ad attivare – con strutture militari e civili – un processo di ricostruzione socio-economica, una volta completata la “pacificazione” da parte di “Enduring Freedom”. Va detto che i Prt, come quello di Herat affidato a italiani e spagnoli, hanno assolto con efficienza le loro funzioni, ma la “pacificazione” non c’è stata. E la fiducia degli afgani nei “liberatori” e nel governo da loro installato e sostenuto è scesa a livelli bassissimi. E nell’ottobre 2006 anche “Enduring Freedom” era passata alla guida della Nato, che si trovava, e si trova tuttora, a dover gestire sullo stesso terreno due missioni molto diverse tra loro. Intanto i talebani, e i loro alleati tribali, hanno riacquistato forza e prestigio, godendo inoltre – secondo un rapporto della London School of Economics – del valido appoggio dei servizi segreti pakistani (ISI).
La guerra in Afghanistan sta diventando troppo lunga per Washington, ma lo è egualmente per i Paesi, come l’Italia, che danno il loro contributo, anche di sangue, alla missione Isaf.
Barak Obama, parallelamente al progressivo disimpegno in Iraq, ha deciso di incrementare il numero dei militari americani, e nello stesso tempo viene richiesto un coinvolgimento “operativo” dei contingenti di Isaf, in nome di una solidarietà comprensibile e condivisibile, ma che andrebbe meglio chiarita nei metodi e nei fini. Per evitare altri errori.

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